I santi martiri Felino, Fedele, Carpoforo e Graziano

rilievi marmorei dei martiriLa vicenda storica codificata nella documentazione, specialmente quella che usa dirsi rilievi marmorei dei Martiri “minore”, si veste talvolta di tradizione; anzi, non è raro il caso che l’una si identifichi nell’altra e viceversa: e senza per questo perdere di credibilità. Usi e costumi di una comunità condizionano sovente il fatto storico, così come questo può essere all’origine di quelli.
Fra storia e tradizione possono certamente collocarsi le vicende dei quattro Martiri aronesi: sia per i contenuti di “verità” e di leggenda che si confondono nella cronaca del loro giungere ad Arona, sia per ciò che ne è derivato nelle consuetudini locali taluna delle quali si conserva a tuttoggi.
È il caso dei Santi Graziano e Felino, i cui Corpi recati da Perugia (979) dal Conte Amizzone costituirono il nucleo di spiritualità attorno al quale sarebbe sorta l’abazia benedettina. Dice la leggenda, troppo simile ad altre tuttavia per godere di molta attendibilità, che i buoi aggiogati al carro sul quale stavano le Reliquie, si sarebbero rifiutati d’andare oltre il luogo sopra il quale sorge la Chiesa. Al di là di ciò, è accertato che gli aronesi del tempo non hanno mai dimostrato una eccessiva venerazione per tali Reliquie; una pergamena di Innocenzo VIII redatta nel 1488, l’anno precedente ai lavori di ampliamento del tempio eseguiti dall’Abate Calagrani, accenna ad un “sepolcro dove furono finora conservati, in ambiente assai poco decoroso”. Ma anche la nuova sistemazione “all’interno di un sarcofago di marmo che il Mons. Commendatario ha fatto appositamente intagliare ed ornare di artistici rilievi” non contribuì a conferirgli maggior fortuna.
Poco più di due secoli appresso, dei Santi si era perduto nuovamente il ricordo. Furono i Gesuiti (1709) a ritrovare il documento della primitiva deposizione, sulla base del quale si poterono ricercare le Reliquie, che risultarono sepolte ai piedi dell’altar maggiore “sotto ben quattro cubiti di solida muraglia”. Nell’occasione, le ossa furono sistemate in una duplice urna, e nel 1713 una parte di esse traslate a Perugia. Dopo sette secoli, dunque, i pegni di Graziano e Felino tornavano nella città dove intorno alla metà del III secolo ed essendo Decio imperatore, avevano ricevuto la palma del martirio.
Soldati di Roma e martiri a Perugia furono Graziano e Felino; legionari di Roma e martirizzati nel Comasco furono gli altri due compatroni aronesi Carpoforo e Fedele. Ma se per i primi due, a prescindere dall’attendibilità delle fonti, la loro presenza nel borgo è sempre stata pacificamente accettata, assai tormentata e controversa è la vicenda dei secondi.
Ciò che può darsi per attendibile è che i due, al servizio di Marco Aurelio Massimiano, siano stati decapitati nel 285: Carpoforo sulla strada per Bergamo, e Fedele in un luogo detto Sommolacuano. Le congetture vogliono poi che il corpo di quest’ultimo sia giunto (e venerato) nella Chiesa di San Fedele in Como: la circostanza parrebbe confermata da una lapide murata colà nel 1365 ma della quale è successivamente scomparsa ogni traccia.
Senonché, nel preambolo di una carta capitolare dell’Abazia aronese redatta nel febbraio del 1259, si nominano esplicitamente come presenti nel Monastero tutt’e quatto i Santi. Non meno oscure sono in ogni caso le circostanze in cui Carpoforo e Fedele sarebbero giunti ad Arona: una delle ipotesi è che ciò sia potuto avvenire intorno al secondo decennio del XIII sec. quando Como subì un saccheggio; nulla esclude che le Reliquie siano state portate in salvo, appunto ad Arona, da un monaco in fuga da un convento di quei luoghi.
In ogni caso ciò che importa, ai fini della vicenda, non è la circostanza che le Spoglie siano quelle autentiche dei due Martiri, ma il fatto che in prosieguo esse siano state ritenute tali. Dimenticati dal Clero così come dal popolo e ritrovati per caso durante i lavori di rifacimento del tempio che si sarebbero conclusi nel 1489, i due Santi furono sistemati in una apposita cappella; dove però non ebbero una miglior sorte se è vero che il Visitatore Apostolico Gerolamo Regazzoni venuto ad Arona per conto di San Carlo che all’epoca reggeva la Diocesi milanese, riferì testualmente che i Santi erano conservati “in un sito men che dicevole per sì rispettevole tesoro”.
Fu pertanto deciso che i Corpi fossero trasferiti a Milano. Ma sarebbe far torto al buon senso non tener conto del fatto che proprio in quell’anno (1576) il Borromeo stava recando a compimento la fabbrica di San Fedele: ed è facile arguire che egli intendesse onorare il tempio con le spoglie di colui al quale esso era dedicato. Così come è difficile non pensare che nell’affare non abbiano avuto mano gli stessi Gesuiti, subentrati ai Benedettini ad Arona da non più di tre anni e titolari della chiesa di San Fedele a Milano. Se a tutto ciò si aggiunge poi che il Cardinale aveva raccomandato che il trasferimento avvenisse “con quella quiete e divozione che conviene”, ed ancor più “senza far motto con alcuno”, è facile concludere che la decisione possa essere stata assunta a prescindere dalla situazione locale, probabilmente in tempi precedenti, e fors’anche addirittura nel momento in cui a Milano si concepì l’idea di erigere il tempio.
La traslazione avvenne il 9 febbraio e subito fu risaputa sollevando l’indignazione popolare; qualunque fosse la parte avuta dai Gesuiti la gente se la prese con loro, fors’anche per rivalersi di liti insorte con la Compagnia intorno ai beni superstiti dell’ex abazia. Si minacciarono tumulti, fino a che il Borromeo concordò di restituire ad Arona le ossa dell’avambraccio sinistro di entrambi i santi. Le reliquie giunsero il 13 marzo 1576, ed è da questo episodio che trae origine la tradizione del Tredicino aronese.
Da una “Naratione dei Magnifici Consiglieri di Arona” dell’8 aprile successivo, si apprende che “la sera dello stesso giorno terzio decimo di marzo, la notte e li giorni seguenti se ne morivano fino a estirpazione di molte casate di Paruciaro, et con tutto ciò per evidente miracolo di intercetione, alchun di questo borgo, nè delle terre circostanti, nè della detta processione restò, Dio mercé, offeso…”. In altre parole, il Consiglio aronese attribuì ai Santi il fatto che il borgo sia stato preservato dalla peste non ostante la presenza di “un popolo di cinque mille persone et più” che in processione avevano atteso le Reliquie. Da qui si fece “voto e promessa di perpetuamente solenizzare in simil giorno d’ogni anno la festività”.
Voto e promessa che furono sempre mantenuti benché compatibilmente con l’evolversi delle contingenze e dei particolari momenti storici. Segnatamente solenne fu la cadenza del terzo centenario (mentre si hanno pochissime notizie dei primi due) in occasione del quale si decise la realizzazione di una nuova urna. La quale fu manomessa da ignoti nel 1889 senza che tuttavia i pegni fossero toccati; ed una seconda nel 1967, quando le ossa furono trafugate: i Gesuiti di San Fedele accordarono agli aronesi altre “reliquie notevoli dei rispettivi femori”, che giunsero in città il 9 marzo 1968, attraverso il medesimo itinerario compiuto quattro secoli inanzi. Grande solennità ha avuto la celebrazione del quarto centenario, anche se ormai i contenuti prettamente religiosi della tradizione si vanno perdendo, e ne restano semmai gli aspetti puramente esteriori.
Tradizione che s’innesta sul fatto storico sono le vicende dei quattro Martiri; vicenda storica che si alimenta nella tradizione locale è l’evento della realizzazione delle fabbriche del Sacro Monte e della Statua di San Carlo.